L’universo e la scienza (6°parte)
Per Giordano Bruno e per i maghi del Cinquecento l’immagine più adeguata dell’universo era quella di un grande essere vivente le cui parti erano connesse da mille corrispondenze animistiche; nel corso del Seicento spiriti e prodigi abbandonano il mondo e il suo modello diventa piuttosto l’orologio. Dio stesso è concepito come un orologiaio e l a sua capacità di calcolare bene le leggi del moto diventa l’essenziale, mentre svanisce l’antica convinzione della divinità onnipresente che può i n ogni momento intervenire; poiché la macchina del mondo non può essere meno che perfetta, Dio si limita a darle l’avvio e secondo leggi determinate e immutabili. Dopo la rivoluzione scientifica Dio ò un po’ lontano dal mondo, anche se gli scienziati hanno ragione di compiacersi per la sua perizia matematica.
Estranei agli ambienti universitari, gli scienziati del XVII secolo costituirono una comunità sovrannazionale tenuta insieme dagli scambi epistolari e resa possibile dalla maggiore efficienza dei servizi postali. Lo stato si accorgerà presto li loro, u n po’ per i l prestigio che dà la protezione delle arie delle scienze, un po’ per la convinzione che dalla scienza si possono ottenere servizi utili e macchine di ogni gene esso proteggerà e finanzierà le loro organizzazioni peculiari, le accademie dalla toscana Accademia del Cimento, che si ispirò a Galilei, alla Royal Society di Londra, all’ Acalémie Royale des Sciences di Parigi, tutte nate nel decennio 1657-66.
Le nuove conoscenze prodotte dagli scienziati e dalle accademie non restarono nell’ambito d e l l a cultura dotta. Dalla fine del Seicento, e sempre più intensamente nel secolo successivo, filosofi e divulgatori cercarono di far penetrare nel senso comune, mediante opere a c c e s s i b i l i a un rande numero di lettori, le implicazioni più rivoluzionarie dell’astronomia e d e l l a fisica. Il concetto di mondo venne a mutare profondamente: esso non si riferiva più a un sistema unico, finito, unitario e gerarchico. L’idea di infinità dell’universo e di infinità dei mondi, che in precedenza era stata affermata solo da intellettuali coraggiosi, come Nicolò Cusano nel Quattrocento, o da geniali visionari, come Giordano Bruno alla fine del Cinquecento, venne ora sostenuta da scrittori che si rivolgevano a un larghissimo pubblico e che diventavano autori alla moda. Nel 1686, due anni prima dell’uscita dell’opera maggiore di Newton, Bernard de Fontenelle pubblicò le sue Conversazioni sulla pluralità dei mondi, nelle quali venivano illustrate in modo accessibile a un lettore comune le idee di meccanicismo universale (e quella connessa dell’universo come un grande orologio) e di esplosione verso una pluralità di mondi. Presto l’idea di altri mondi abitati da esseri pensanti, con tutte le sue conseguenze filosofiche, morali e religiose, divenne un luogo comune. D’altra parte era proprio in questi anni che si veniva moltiplicando e divulgando la letteratura sulle civiltà lontane, dai selvaggi del Nuovo Mondo ai saggi cinesi. Le conversazioni letterarie fra filosofi europei e selvaggi filosofi mostravano bene che ciò che rendeva possibile l’unità del genere umano nonostante la diversità dei costumi era la ragione e non la religione. Al Dio orologiaio dell’universo ormai pluralizzato veniva a corrispondere i l Dio puramente razionale e senza dogmi cristiani del mondo umano ugualmente pluralizzato, non più identificabile con la piccola e marginale cristianità .
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