L’universo e la scienza
La parola ” crisi ” non assume solo il significato di catastrofe di fronte a cui resta la disperazione dell’impotenza, ma anche quello di sfida, che può essere raccolta e vinta. Perciò, passando dal mondo delle realtà materiali e delle strutture sociali e politiche a quello delle realtà culturali e delle strutture della coscienza e della sensibilità , non dobbiamo aspettarci di trovare solo i l trionfo della paura e dell’angoscia, dell’intolleranza religiosa, delle chiusure controriformiste, dei rinnovati fervori mistici o del pessimismo giansenista. Se la risposta neofeudale alla crisi del Seicento rinnoverà e prolungherà il Medioevo ancora per più di un secolo in molte regioni europee, altrove si manifesterà una risposta creativa ben diversa, che nella complessa coerenza fra rivoluzione scientifica e libertà religiosa, oppure fra nuova matematica e dottrina dello Stato parlamentare farà del “secolo di ferro” il primo secolo realmente moderno della storia dell’Occidente. Fermiamoci prima di tutto sull’idea di rivoluzione scientifica. La cultura medievale non era certo stata priva di un pensiero scientifico, ma diversi elementi avevano giocato assai a sfavore di un’evoluzione della scienza in maniera autonoma dalla filosofia e dalla teologia.
L’elemento frenante più della netta separazione, comunemente accettata fra meccaniche (cioè la tecnologia). La scienza (o, come più spesso si diceva, la filosofia naturale) era una parte della filosofia e come tale rappresentava ‘”ancella della teologia”, con il compito di dare una sistemazione razionale a ciò che della natura era già detto dalle verità rivelate della religione.

Il filosofo era tenuto a manifestare disprezzo per il lavoro manuale e perciò era-impensabile che i dottori rare dalle pratiche tecnologiche utilizzate in agricoltura o nelle botteghe artigiane. La scoperta delle opere scientifiche di Aristotele aveva indubbiamente assai allargato il campo delle conoscenze degli studiosi di filosofia, l’integrazione della filosofia aristotelica al corpo delle verità dogmatiche cristiane aveva finito per neutralizzare rapidamente ciò che di innovatore poteva venire dalla scienza degli antichi. D’altra parte, dopo un XIII e un XIV secolo ricchi di fermenti di pensiero (che avevano fatto compiere dei considerevoli progressi a certi campi della fisica), si era arrivati alla conclusione che Aristotele aveva già detto tutto ciò che si poteva dire in materia di filosofia naturale e che non restava più molto da aggiungere. Questa affermazione del principio d’autorità (ben reso dalla formula Ipse dixit, cioè: “è vero perché lo ha detto lui, cioè Aristotele”) corrisponde bene a una progressiva chiusura del mondo universitario, che già dalla fine del XIV secolo fu i n capace di fare qualcosa di diverso dai commenti ad Aristotele e ai suoi grandi commentatori, come l’arabo Averroè o san Tommaso d’Aquino. Si capisce bene allora perché la cultura umanistica del XV secolo nacque completamente al di fuori degli ambienti universitari, dimostrando per lo più una spiccata avversione nei confronti di Aristotele, a cui era certamente preferito Platone. Dal punto di vista della storia della scienza, però, questa preminenza del platonismo ha un rilievo abbastanza limitato; essa fece uscire dalle secche del verbalismo filosofico, ma la filologia umanistica continuava a dare un’importanza decisiva ai testi degli antichi, senza contare poi che essa non aveva una particolare predilezione per lo studio della natura come tale.
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